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Figuraccia

Figuraccia in Giappone: quella volta che…

Figuraccia in Giappone… Ecco una mini raccolta di performance imbarazzanti per celebrare insieme i miei due anni di vita in Giappone!

Come passa il tempo. Sembra ieri luglio 2017, quando sperimentavo per la prima volta la rush- hour (La terribile ora punta nella metropolitana di Tokyo) e scendevo, sudatissima, alla fermata di Futako-Tamagawa piangendo e imprecando contro mio marito “Questa la chiamano qualità di vita?? Eh?! Vado a casa, faccio la valigia e me ne torno a Barcellona!”.

Eh già, iniziò tutto così, come le peggiori storie d’amore: quelle dove senti che ti stai lanciando in una bella piscina, ma nessuno ti ha avvertito che manca l’acqua.

E invece… No, ammetto che stavolta mi sbagliavo: tiro le somme di questi due anni e vedo tante belle cose.

Ed anche tante – ma tante – figure di merda. Per una vita all’insegna della figuraccia.

Figuraccia iniziale: quella volta al bagno

Eravamo a Tokyo da due giorni e facevamo un po’ i turisti in giro per la città. Avevo bisogno di andare in bagno.

“Ma che bello questo Paese, pieno di cessi.” pensai. Parlavo di bagni, ovviamente. Ne vidi uno molto bello e decisi di andare proprio lì. “Jaime aspettami cinque minuti”, e andai.

“Oh, che belli questi bagni puliti. Vorrei anche tirare lo sciacquone. Ao’, ma che sono tutti ‘sti pulsanti. Ao’, qual è quello dello sciacquone? Mah, sarà questo pulsante rosso. D’altronde i pulsanti dello sciacquone sono sempre ros… mi sa che ho premuto quello sbagliato. Ah, era il tasto d’emergenza… Vabbè, ma tanto quello è finto, figurati se viene qualcuno.”

D’un tratto, realizzai che mi trovavo in Giappone, luogo del mondo dove funziona quasi tutto. “Oddio, devo scappare dal bagno”. Fu in quel momento che, mentre uscivo a tutta velocità – per evitare di dovermi giustificare nella lingua dei segni – vidi lui – l’addetto alla sicurezza – il mio Mitch Buchannon di Baywatch impiegato nella Baia di Tokyo, correre per venirmi a salvare dalle insidie del WC.

Non esagero: stava proprio correndo. In quel momento avrei voluto ridere dal piangere poiché la scena fu commovente, ma riuscii solo a fargli capire che stavo bene, a parte le mie qualità psichiche chiaramente danneggiate nel corso degli anni.

Quella volta al ristorante

Eravamo a pranzo con degli amici spagnoli che non mangiavano carne. Studiavo giapponese da qualche mese, quindi potevo formulare qualche frase. O almeno, era quello che credevo.

Dei quattro, ero la persona con il livello più alto di giapponese – figurarsi – quindi volevo chiedere al cameriere se avessero qualche piatto senza carne, ovvero senza “kuni”. Lui non capiva. Io continuavo a ripetere “kuni, kuni” ma ad un certo punto, un lampo di saggezza mi suggerì che in realtà stavo chiedendo “Un piatto senza Paese”. Kuni significa Paese, mentre niku significa carne.

…ah, giusto.

Quella volta al Mac Donald’s

Eravamo in giro ad Harajuku, ed avevamo urgente bisogno di un gelato.  Chi, ogni tanto, non ha urgente bisogno di un gelato?

Cerca di qua e cerca di là, il gelato era un miraggio lontanissimo. Mac Donald’s? Unica soluzione.

Il tizio alla cassa mi parla in giapponese. Gli dico “Due gelati, bla bla bla, grazie””. Lui mi risponde “430 yen, grazie” ma nella mia testa parte una traduzione simultanea in inglese che mi suggerisce che mi stia in realtà dicendo “Volete anche qualcosa da bere?”. E noi, ovviamente, da bere non volevamo nulla. Fu così che risposi “No, thanks” con annesso sorriso di circostanza.

I cinque secondi successivi furono degli attimi molto lunghi, in cui sia il tizio che mio marito mi fissavano in attesa di qualcosa. Io non capivo. Fu lì che Jaime mi spiegò che dovevo pagare e che ero semplicemente rinconglionita.

Non so perché, ma a volte vado in giro e mi sembra che i giapponesi parlino italiano: questo è il mio livello mentale attuale.

Figuraccia dello scontrino: quella volta che accusai la commessa di aver sbagliato

Eravamo al supermercato ( Come si fa la spesa in Giappone? ). La cassiera aveva terminato di scansionare tutti i prodotti.

Mi sorride, comunicandomi il prezzo finale. Un prezzo molto salato anche per chi, come me, preferisce un piatto di tortellini al maritozzo panna e Nutella: qualcosa non tornava nei miei calcoli di donna media italiana paladina della giustizia numerica.

La guardo e le dico in giapponese “Ma ne è proprio sicura? Mi sembra un po’ troppo alto“.

E fu lì, in quel momento esatto, che vidi passare nei suoi occhi una scena di vergogna mista a “Ma questa stronza che cosa vuole”, “Ma che sul serio è venuta fin qui per poi comprare la pasta Barilla”, “Non è possibile che io abbia sbagliato, dato che qui in Giappone non sbagliamo mai”. Ovviamente non avrà pensato neanche la metà di queste cose, ma in tali situazioni ho sempre la stessa immaginazione di Ally Macbeal.

(Se non la conosci, sei troppo millenial.)

Ed infatti, il conto era giusto. C’erano dei prodotti costosi che quell’uomo di mio marito aveva introdotto a mia insaputa nella parte laterale del cestino.

In tali situazioni non c’è d’aspettarsi alcuna reazione in particolare, se non un infinito imbarazzo da parte del commesso/a, che si trova a dover affrontare una situazione fuori dall’ordinario.

E poi ci sei tu, che ti sentirai una merda ogni volta che vedrai quella malcapitata da lontano, ed andrai a fare la fila in una cassa dove non c’è lei.

Ah no, scusa: quella sono io.

Figuraccia cinque: quella volta che caddi

Era giugno – stagione delle piogge – e stavo percorrendo la via di casa mia in discesa. Pioveva, ed ero lì con il mio ombrellino che me ne andavo in direzione stazione. Ad un certo punto sono scivolata su una buccia di banana – immaginaria – cadendo su mio fondoschiena. Fu una caduta di quelle epiche, di quelle in cui la gamba arriva a stare in verticale col piede verso il cielo. Ma la ricordo tale e quale in slow-motion.

Si fermarono tutti a guardarmi, mentre giacevo con le mie natiche a terra.

Una ragazza giapponese – molto più preoccupata degli altri – mi corse incontro per chiedermi come stessi. La poverina non riusciva a trattenersi dal ridere. “Daijoubu desuka? Ahahahah?” – ovvero “Tutto ok?ahahah”- mentre con la mano si copriva la bocca per non ridermi troppo esplicitamente in faccia.

È passato un anno e ancora mi duole la natica.

Se vuoi raccontare qualche tua figuraccia scrivi nei commenti!

Veronica Massi Fuji dal Giappone

Beronika Masshi

Creata in Italia, emozionalmente modificata in Spagna, in fase di collaudo in Giappone

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